Il Giappone visto dal finestrino di un treno

Il Giappone visto dal finestrino di un treno

di Alessandro “DocManhattan” Apreda

“If you walk in the crowd, you won’t leave any trace. It’s always the same, your jumping someone else’s train”, cantava nel ’79 il mio gruppo preferito di sempre (The Cure). È un brano, quello, che parla di come tutti fanno quello che fanno tutti gli altri, e mi viene spesso in mente quando mi trovo su un treno in Giappone. Cioè in quella che diventa una fetta consistente del tempo trascorso lì, a ogni viaggio.

I salaryman e le office lady vestiti tutti uguali, con i loro completi identici, i capelli curati, le scarpe brutte, salgono e scendono velocemente, ciondolano appesi a quegli anelli di plastica troppo bassi per chi supera il metro e ottanta (ma per me zero problemi, sono basso). È il sacro rituale moderno del pendolare, e mi immagino quei gesti accompagnati dal basso frenetico di Michael Dempsey.

I treni sono in Giappone punto d’osservazione semplice ed estremamente efficace da cui guardare il Paese che cambia”

Photocredit: Francesco Ungaro

Seduto sul sedile rovente della Yamanote, pigiato nella calca da rush hour della Chuo Sobu, tra le profondità della terra – talmente in basso da essere a un passo dal regno Yamatai della Regina Himika di Jeeg – su una delle linee Tokyo Metro, ho visto negli anni Tokyo cambiare. I treni sono in Giappone punto d’osservazione semplice ed estremamente efficace da cui guardare il Paese che cambia. Le sue mode, le sue manie. Te ne stai lì, in attesa della tua fermata, accanto a un impiegato che dorme della grossa e verrà magicamente ridestato al momento giusto da un app o dall’allenamento, e ti guardi attorno. E vedi le tinte di donne e uomini mutare in modo uniforme, secondo il trend del momento. O le fisse giovanili strambe, come quella inquietantissima, anni fa, delle facce incerottate alla Rei Ayanami (che per qualche tempo ha trasformato una legione di liceali in finti reduci di guerra).

Vedi i telefonini che a metà anni Duemila sembravano ed erano il futuro, quelle mattonelle a conchiglia con la TV, lasciare rapidamente il campo libero agli iPhone e ai Galaxy che si usano in tutto il resto del pianeta, travolti dall’omogeneizzazione tecnologica che chiamiamo globalizzazione. Ma anche e soprattutto, tutti quei lettori di manga e videogiocatori di ogni età riversare proprio su un cellulare il loro hobby da pendolari. Non si vedono più tutti quei numeri di Shonen Jump, o le console portatili: ogni cosa è stata riversata smartphone, dai giochini scemi tap tap agli abbonamenti alle riviste di manga. Si legge e si gioca su uno schermo, come faceva Gunpeoi Yokoi giocherellando in treno con una calcolatrice LCD, quando ha inventato i Game & Watch che hanno fatto la fortuna di Nintendo. Corsi e ricorsi, durante una corsa.

Non posso fare a meno però di notare ogni volta delle piccole crepe, che poi non sono neanche tanto piccole, in quel microcosmo apparentemente perfetto”

La voce registrata, ascoltata ogni giorno da un numero impressionante di persone, accompagna il viaggio perpetuo di quelle carrozze sempre pulitissime, nel dedalo impossibile di linee che s’intersecano, sovrappongono, si danno il cambio come in un incontro di puroresu. Nel silenzio totale tra un jingle e l’altro, i bambini delle elementari vanno a scuola in un altro quartiere da soli, nessuno sembra scambiarsi una parola, solo nei weekend vedi delle coppie arrivare addirittura a darsi la mano. È l’ordine, il meccanismo a orologeria per cui i treni sono sempre in orario, un “kumquat meccanico”: tutto scorre come in un lontano sogno sul futuro del filosofo Eraclito, il che affascina sempre. Com’è normale che sia, quando vieni da un Paese (metti, l’Italia) in cui i trasporti pubblici sono troppo spesso sinonimo di caos e sporcizia. In Giappone hai a che fare con i treni tanto, sempre, cioè ogni volta che non devi spostarti dopo la mezzanotte – quando tutto si ferma per far magicamente campare il business dei taxi, ma quella è un’altra storia. E il fatto che usare quei treni sia un’esperienza sicura, precisa, comoda, specchio di un sistema organizzato e funzionale, è bello. Un enorme what if, su come sarebbe la vita da pendolari anche in qualsiasi altro posto (metti, di nuovo, l’Italia) se tutti e tutto rispettassero le regole e l’ordine.

Non posso fare a meno però di notare ogni volta delle piccole crepe, che poi non sono neanche tanto piccole, in quel microcosmo apparentemente perfetto. Gli avvisi di ritardo sugli schermini dei vagoni, per “problemi sulla linea”, che in genere vuol dire che qualcuno si è buttato sui binari. Un problema storico e anche culturale del paese, il tasso elevatissimo di suicidi, con numeri che fanno paura quanto quelli dei passeggeri in transito ogni giorno a Shinjuku o Ikebukuro. Ma fanno paura in un altro senso. Solo lo scorso ottobre, in Giappone si sono tolte la vita oltre 2.150 persone. Il progetto per infilare ovunque sia possibile delle barriere nelle stazioni non nasce da un’esigenza di sicurezza, ma dalla volontà di porre un freno a un dramma che si consuma a ritmo quotidiano.

Aneddoto per aneddoto, una delle prime volte, un signore rifiutò premendomi con cortesia una mano sulla spalla per farmi restare seduto dov’ero.”

Ma sono anche cose più piccole, meno drammatiche, ma comunque poco belle: il fatto che nessuno si alzi per cedere il posto a un anziano, ad esempio. O che in quel silenzio implacabile e in quella corsa inarrestabile, il modo più diffuso per farsi largo e scendere, quando arriva la tua stazione, sia spingere gli altri. In modo brusco, netto, senza mai guardare in faccia chi stai spingendo. Perché non conta. Conta che devi scendere, quella è la tua stazione, lì c’è l’altro treno, o la bici che porterà a casa te, la tua ventiquattrore, i tuoi capelli curati, le tue scarpe brutte da impiegato. Dice: ma è così anche altrove, in qualsiasi metro. Vero, ma qui fa molto più contrasto. È come se la perfezione formale, l’educazione estrema con cui tutto scorre al di fuori di quei serpentoni di metallo, sulla “metro” (in senso lato, a indicare tutto il trasporto ferroviario metropolitano, al livello del suolo e sottoterra) si sospenda, venga messo da parte. E del resto, quello è un mondo altro, diverso, con i suoi locali, il suo miliardo di micro-ristorantini, i suoi negozi, le sue librerie. Un mondo fatto su misura di salaryman, tanto che nei treni non è contemplato che qualcuno si porti dietro un valigione di troppo da turista. O un passeggino per bambini. E allora finisce che c’ha pure le sue regole, quel mondo lì. Belle, brutte, ordinate e spietate. Sue.

E quella cosa del cedere il posto a chi ne ha più titolo e bisogno è talmente poco frequente, che quando ti trovi a farlo tu, si innescano a volte delle situazioni da sitcom. Ho faticato un numero di volte tendente all’infinito per far sedere al mio posto delle vecchiette ultraottantenni. In un caso, per convincere la signora – peraltro con evidenti problemi di deambulazione – a sedersi, ho dovuto spiegarle, in un misto di giapponese (poco), inglese (inutile) e gesti (già meglio) che quella successiva sarebbe stata la mia fermata. Si segga, la prego, io tanto scendo. Ha accettato, ringraziandomi duecento volte, solo quando mi ha visto scendere davvero. Non era la mia fermata, ero solo a metà percorso e ho dovuto prendere un altro treno. Con gli uomini ho imparato invece a non farlo. Anche davanti a un ultracentenario, questa cosa del posto ceduto viene vista suppergiù come un insulto. Credo, eh. Parlo per esperienza personale. Ohè, giovane gaijin con meno capelli di me, va’ che ce la faccio. Come ti permetti. Aneddoto per aneddoto, una delle prime volte, un signore rifiutò premendomi con cortesia una mano sulla spalla per farmi restare seduto dov’ero. Con cortesia e una pressione esercitata in bar equivalente a quella di una pressa idraulica. Aveva fatto le elementari a Hokuto, dice.

E poi ci sono i viaggi in Shinkansen, che invece per me sconfinano spesso nel mistico”

E poi ci sono i viaggi in Shinkansen, che invece per me sconfinano spesso nel mistico. Spesso nel senso di ogni volta. Ci sono i pendolari che salgono e scendono in fretta, i turisti con le teste tutte da un lato e in cuore la speranza che il Fuji non sia troppo coperto dalle nuvole, per tirarne fuori uno scatto da conservare. C’è la velocità solo di un pelo sub-luce con cui delle donnine minute puliscono ogni singolo tavolino, sedile, angolo, anfratto, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale su un Nozomi al capolinea. C’è l’ordine assoluto e il garbo con cui i sedili ruotano su sé stessi quando si cambia direzione, come tante poltrone di Actarus. C’è il bento che mangerai fissando lo scenario all’esterno sfumare in una scia di colori. Le case più lontane con i loro tetti blu anti-tifone, le macchine familiari senza muso e coda, quel verde che di quel colore lì lo vedi solo in Giappone.

Ho fatto quella tratta tante, tante volte, ma mi godo ogni viaggio. Chiudo gli occhi, cullato dall’alta velocità, e li riapro solo quando sento l’Ooooohhh dei turisti. Un fruscio sommesso di cellulari e macchine fotografiche, gomiti contro gomiti. Il Fuji-san fortunatamente questa volta non ha il suo gonnellino di nuvole e si vede bene: e per quei pochi secondi in cui lo sguardo l’abbraccia, prima che il treno schizzi via, veglia su tutti noi, non solo su Mademoiselle Anne.

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Alessandro DocManhattan Apreda
Alessandro DocManhattan Apreda
Alessandro Apreda, o DocManhattan, il nick con cui scrive cose sul web. Responsabile editoriale in passato di varie riviste, da PlayGeneration a Turisti per Caso, Digital Japan e Horror Mania, ha collaborato con IGN, Multiplayer, ScreenWeek, MTV, RAI, Paramount. Autore di fumetti e libri (come Tokyo - La Guida Nerd), cura dal 2007 il blog L’Antro Atomico del Dr. Manhattan antro.it. Ha una passione inestinguibile per il miso ramen. Lo trovate anche su Instagram