Strage di delfini, tensioni in Giappone
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News Dal Giappone - Cronaca
Scritto da Tommaso "masterplan2K5" Rossi   
Giovedì 22 Ottobre 2009 13:12


Era rimasta se­greta a lungo. Poi, la mattanza di delfini che si scatena ogni an­no a Taiji, Giappone meridiona­le, è entrata nel campo visivo degli ambientalisti. Quindi un documentario l’ha resa una cau­sa pubblica: si intitola The Co­ve, l’ha diretto lo svedese Louie Psihoyos che l’ha presentato in diverse rassegne cinematografi­che mondiali, dal Sundance a Deauville. Oggi l’atto definiti­vo: la pellicola verrà proiettata per la prima volta in Giappone, sala numero 1 del cinema Toho a Roppongi Hills, apertura alle 10.30, evento infilato in fretta e furia nel denso programma del Tokyo International Film Festi­val. Già ieri biglietti tutti esauri­ti.

Non è una «prima» come le altre. Per i cacciatori di delfini di Taiji, già furibondi per la campagna ecologista contro quella che difendono come una pratica ancestrale, il debut­to di The Cove sul suolo patrio è una provocazione. Gli orga­nizzatori della manifestazione sono stati presi di mira da lette­re, minacce, telefonate a raffi­ca. La produzione del film (bri­tannica) è stata avvertita che i pescatori di Taiji potrebbero bloccare l’ingresso del cinema o comunque inscenare qualche forma di protesta, mentre le au­torità della cittadina — nean­che 4 mila abitanti — si sono mobilitate a livello politico, chiedendo l’intervento solidale di un paio di ministeri. The Cove, una quindicina di premi in giro per il mondo, dà conto della campagna del con­servazionista americano Ric O’Barry per fermare il massa­cro di Taiji, del quale venne a conoscenza a metà degli anni Settanta. Almeno finché la cam­pagna non ha consegnato Taiji e i suoi pescatori all’attenzione degli ecologisti, tra settembre e marzo venivano uccisi circa 2 mila delfini, e altre decine cat­turate per essere vendute nei delfinari e negli acquari giappo­nesi ed esteri.

Quest’anno pare invece non ci siano vittime. La caccia era condotta con un mi­sto di tecnologia e sistemi ele­mentari, confondendo il sonar degli animali e conducendoli in una cala riparata (The Cove, appunto) dove con lame e fioci­ne si procedeva al macello. Le immagini dell’acqua rosso vi­vo avevano fatto il giro del mondo già prima del documen­tario, realizzato nonostante l’opposizione dei pescatori e delle autorità di Taiji. Le intimi­dazioni subite da O’Barry nel tempo sono state sperimentate poi dalla troupe guidata da Psihoyos, che ha fatto ricorso anche a cineprese camuffate da finte pietre e che rischia l’arre­sto per essersi inoltrato in zone off-limits durante le riprese.

A Taiji ci si è difesi sostenen­do che la carne di delfino viene poi lavorata a scopi alimentari e che l’uccisione degli animali tutela l’ecosistema. Ma «la cat­tura e le uccisioni dei delfini so­no compiuti all’interno del par­co nazionale Yoshino Kumano Kokuritsu Koen, gestito dal mi­nistero dell’Ambiente», scrive­va due anni fa il Japan Times, aggiungendo che «esami di la­boratorio hanno a più riprese mostrato i livelli estremamen­te alti di mercurio riscontrati nella carne di delfino». I pescatori di Taiji negano la circostan­za e sembrano orientati a op­porre alle proiezioni di The Co­ve la stessa resistenza riservata a O’Barry. Il quale, a sua volta, ha raccontato di aver seriamen­te temuto per la propria incolu­mità. D’altra parte, se in giappo­nese la parola che indica una pressione esterna è gaiatsu, quel che The Cove ha scatenato — ha spiegato O’Barry — «è ga­iatsu- più » . L’imbarazzo si è esteso oltre Taiji e ha lambito il nuovo governo nipponico di centrosinistra. Il ministro degli Esteri, il de­mocratico Katsuya Okada, ha voluto ricordare venerdì che ogni Paese ha le sue tradizioni e le sue abitudini alimentari. Non è il pensiero di O’Barry. Che aveva cominciato come ad­destratore di delfini, anche per la serie tv Flipper , salvo pentir­si e battersi per 40 anni per la loro difesa. Adesso il documen­tario parla per lui. E Tokyo è forse la trincea più avanzata.

 

Corriere.it

 
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