La povertà nell’era della recessione.

 

homeless

 Dalla crisi economia iniziata con il grande crack dei primi anni ’90, il Giappone non è mai riuscito veramente a riprendersi e con il recente peggioramento della situazione le condizioni si sono fatte ben peggiori dei quanto previsto per più della metà della popolazione.

Il paese si è sempre tirato fuori dai discorsi sulla povertà, guardando anzi con una certa arroganza verso paesi come l’America che combattono da sempre per arginare il problema della soglia di indigenza. Tuttavia fu inevitabile, nell’ottobre 2007, che la dieta annunciasse per la prima volta che 20 milioni di giapponesi vivevano sotto la (stabilita per l’occasione) soglia di povertà.

Un vero shock per la popolazione, che dovette confrontarsi con una percentuale del 16%.di “nuovi poveri”, dato insidiosamente vicino a quello americano (17%).

homelessIl governo giapponese si vide costretto ad affrontare il problema apertamente, benchè risultò evidente che fosse già ben noto. Secondo le analisi prodotte, la povertà è peggiorata con il crollo del mercato immobiliare, fissando il reddito minimo per una famiglia di 4 persone a 22,000yen all’anno.

Come Masami Iwata, professore all’università femminile di Tokyo, ha sottolineato:” essere poveri in un paese ricco non significa vivere per strada o morire di fame, significa dover rinunciare ai servizi secondari e isolarsi dal resto della società. Si tratta di persone comunque in possesso di auto e cellulari”.

 Il vero problema è che la società giapponese e ancor peggio il governo non si è mai preparato per arginare un problema che sembrava non sarebbe mai esistito in Giappone. Per questo una volta perso lavoro e casa, risulta quasi impossibile trovare aiuto e sostegno dagli enti statali. A peggiorare la situazione c’è il profondo senso di orgoglio e dignità che identifica l’individuo giapponese, che comporta convogliare tutte le proprie energie per mascherare la povertà mantenendo una facciata “middle class”, impedendo così circuiti di mutuo sostegno.

 “ Stiamo creando una cronica classe povera di cui non sarà facile liberarsi. Il sistema scolastico impone ritmi e livelli molto rigidi, difficilmente raggiungibili senza corsi aggiuntivi e ripetizioni. Lo studente povero non avrà accesso a determinati percorsi e rischia di rimanere intrappolato in assunzioni a breve termine e lavori sotto pagati, impedendo un riscatto sociale” ha commentato Toshihiku Kudo, portavoce del gruppo no-profit Ashinaga che sostiene i bambini disagiati nell’area di Tokyo.

Sato working

Esemplare l’intervista del Tokyo Times fatta a una vedova 51enne, Satomi Sato, madre e “nuova povera”: “ Dopo la morte di mio marito, sapevo che non sarebbe stato facile, ma con i miei due lavori non riesco a pagarmi nemmeno le spese per le medicine. Mia figlia ha dovuto iscriversi al liceo e per permettermi la divisa e la tassa d’iscrizione ho dovuto ridurre a due i pasti quotidiani.”

Alla domanda se non si sentisse isolata e se, come le statistiche hanno dimostrato, altri intorno a lei fossero nella sua condizione: “Si, mi senso molto sola, ma preferisco non pensarci. So che in paese molti sono come me, ma lo nascondono, impedendomi di riconoscerli ed avvicinarli. Il mio cruccio più grande è di non poter permettere per mia figlia la scuola che desidera. Ho paura per il suo futuro ” dice sorridendo.