Giappone: la Frontiera delle nuove generazioni

 

Vi propongo questo interessante articolo tratto dalla La Stampa.it:

 

Una volta le mamme davano ai propri figli solo la nutella, adesso anche gli accessori di Hello Kitty. La gattina bianca onnipresente su gadget di ogni forma e colore è oggi infatti anche la testimonial di una linea di accessori Victoria Coutoure (borse, scarpe) destinati alle mamme come alle loro figlie adolescenti, le quali potrebbero comunque comprarsele da sole con la carta di credito Visa con stampato sopra il logo della loro beniamina.

Creata nel 1974 da Ikuko Shimizu, Hello Kitty è solo uno dei tanti componenti che ha contribuito a cambiare in maniera radicale l’immaginario delle generazioni dagli anni Settanta ad oggi: basta confrontare le moto che compaiono nel fumetto “Akira” (1982) di Katshuiro Otomo (poi film d’animazione nel 1988) e il design degli scooter prodotti negli anni Novanta, sovrappore lo skyline dell’ancora insuperato “Blade runner” a quello di Tokio, pensare a come abbia rivoluzionato la fruizione della musica il giapponese Walkman della Sony, nonno dell’Ipod. Sono queste alcune delle tante considerazioni che nascono dalla lettura de “Il drago e la saetta: modelli, strategie e identità dell’immaginario giapponese” di Marco Pellitteri (pag. 621, 28 euro, Tunué), sociologo e già autore di “Sense of comics” (Castelvecchi) e “Mazinga nostalgia” (riedito in forma defintiva da Coniglio editore), un testo poderoso, non banale, mai noioso, ricco di storie, dati, riferimenti e comparazioni alla situazione italiana ed europea che diventerà imprescindibile non solo per gli addetti ai lavori, ma anche per tutti coloro che vogliono capire come si è modificato l’immaginario dagli anni Settanta a oggi, e quale sia stata la cesura con quello della generazione precedente.

Se prima l’altrove delle generazioni cresciute negli anni dopo la Seconda guerra mondiale era proiettato nel West americano, vero o presunto che fosse, quello dei ragazzi dagli anni Settanta a oggi ha trovato la sua ambientazione in un Giappone più inventato che reale: laboratorio del futuro prossimo venturo e sfondo ideale per rappresentare la loro difficoltà di diventare grandi, stretti tra genitori che hanno visto o fatto al Resistenza e fratelli maggiori che hanno vissuto il 68 o il 77. Chi ha vissuto il movimento studentesco della Pantera alla fine degli anni Ottanta ricorderà lo sconcerto con cui i commentatori politici specialmente di sinistra ascoltavano esterefatti le canzoni del Movimento: non “Bella Ciao” ma “Jeeg robot d’acciaio” e “Atlas Ufo Robot”. Non capivano che cambiato l’immaginario di riferimento e i personaggi che lo incarnavano perché era cambiato il mondo e la società grazie anche alla spinta tecnologica, che negli anni Settanta comincia ad essere esponenziale, e alle mutate relazioni familiari. Perché, paradossalmente, “Jeeg” aveva lo stesso significato di “Bella ciao”: aldilà del loro valore estetico, quelle canzoni esprimevano il desiderio di una generazione di dichiarare il proprio essere qui e ora, e di farlo con gli strumenti che gli davvero gli appartevano.

I personaggi che li avevano formati erano diversi da quelli dei loro padri perché era diverso il mondo in cui si erano trovati a vivere: non più quello lineare della rassicurante arca di Yoghi, ma uno più inquietante e complesso in cui era necessaria l’astronave di Goldrake (e la spada laser di “Guerre stellari”). “Il successo di cartoni animati giapponesi in tutto il mondo, Goldrake per primo”, dice Pelllitteri, “è dovuto a come raccontano il mondo dell’adolescenza. Il mondo giapponese è molto restrittivo, competitivo, in cui i ragazzi sono costretti continuamente a fare i conti con se stessi. Fumetti e cartoni animati riflettono questa situazione nelle loro storie, senza censure e senza buonismi.

Al contrario di quanto succede in Europa dove gli editori, a parte l’eccezione della Francia, non hanno saputo capire il pubblico degli adolescenti che invece ha trovato nei manga, nei fumetti giapponesi, il loro linguaggio e soprattutto le loro storie. Per non dire in Italia della totale scomparsa del fumetto per ragazzi e bambini. Anche se per assestare questa cultura sono serviti vent’anni. La generazione che ha scoperto Goldrake – il drago del mio titolo – Lady Oscar e Gundam è ovviamente diversa non solo anagraficamente ma anche culturalmente da quella di Pokenmon – la saetta – e fenomeni come Yu-gi-oh, anche se molto affine. Non a caso i ragazzi che vedevano Goldrake sono oggi i genitori che ai loro figli comprano le carte dei Pokemon, al playstation o l’ultimo Ipod.” Per poi spesso lamentarsene, esattamente come i loro padri della generazione precedente.

“Comunque, io, Piccole donne l’ho letto e credo si continui a farlo”, ci dice Katja Centono, autrice (Monster Allergy, Lys) e content provider per Piemme, Rainbow, Panini, Play press con l’agenzia Red Whale. “Il pubblico, specialmente femminile, è stato abbandonato dagli editori e quindi ha trovato le sue nuove eroine altrove. D’altronde chi se la prende con i manga non considera che la loro rivoluzione è stata narrativa, nel modo di raccontare, più che per il disegno, che comunque possiamo vederla come l’evoluzione del feuilleton: colpi di scena e storie d’amore. Si dimentica sempre di evidenziare la componente romantica, quindi dell’esame dei rapporti di coppia o comunque sociali, che è fondamentale per il successo degli personaggi giapponesi.” Questo vale soprattutto per la generazione sucessiva a quella di Goldrake, che ha avuto nel manga il suo romanzo di formazione. “Esatto, che è la stessa generazione che oggi ha fatto proprie le tecniche del fumetto e dell’animazione giapponese fondendole con quelle occidentali. Con Winx Iginio Straffi ha saputo applicare il processo produttivo dell’animazione giapponese a una sensibilità italiana, mentre per Witch il duo Barbucci e Canepa si è rifatto al fumetto più sofisticato che poi aveva le sue origini anche in quello Disney.” Molti eroi dell’animazione giapponese sono in realtà occidentali: Heidi, Remi, Sherlock Holmes, Lupin III che è il pronipote di Arsenio Lupin. “In Giappone hanno anche rifatto in cartoni animati “Cuore” di De Amicis, e da “Dagli appennini alle Ande”. Forse hanno più a cuore loro i capolavori della narrativa italiana che non noi italiani.”

 

La Stampa


Tommaso Rossi

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